La Roma in salsa spagnola

Pubblicato da martedì 15 nov 2011

“L’importante è che se ne parli”. Così chiosava un vecchio saggio popolare, ancora oggi attuale. Ecco, spostiamolo in direzione La Capitale, e mettiamoci sopra un quarantenne che mastica un italiano zoppicante, va avanti con il suo “trabajar”, ed ha deciso che, accada quel che deve accadere, si deve andare avanti per la propria strada, anche se questa dovesse portare ad un vicolo cieco con attaccato un dispettoso cartello recante la scritta Game Over. Al centro dell’attenzione Luis Enrique c’e’ sempre stato, d’altronde uno che ha giocato nel Barcellona, pure discretamente bene tra l’altro, alle luci della ribalta ha fatto il callo. E poi, quando non erano le gesta da calciatore, era la sua faccia insanguinata a riempire le immagini di un pomeriggio americano che vide lui nella parte del chiodo, e Mauro Tassotti in quella del martello. Appese le bullonate,  poteva una persona abituata a quell’occhio di bue perennemente puntato addosso limitarsi a vivacchiare ? Impossibile. Quindi, un breve accenno di gavetta da tecnico, e passaggio al Barca B, nel medesimo momento in cui il Barca A faceva penare studiosi ed amanti del gioco incapaci di trovare, se non in due, forse tre, altre organizzazioni di gioco più competenti da quando questo divertente giochino fu inventato. Chiaro che trovandosi a pochi passi da una simile meraviglia concetti e soluzioni non potessero che abbracciare il Guardiola-style, un pò come avere come maestro di chitarra un Malmsteen qualunque: anche se non si raggiungeranno quelle vette, ci si alimenta pure con i sospiri.

E con questo dottorato in “barcellonismo”, con la benedizione di Baldini, eccolo a Roma, post rivoluzione societaria copernicana, da quella “lacrime e sangue” a conduzione familiare ad una totalmente al passo con i tempi, forse meno passionale, certamente più agile e competitiva, marchiata a ferro e fuoco con stelle e strisce. Non passano che poche settimane e subito la prima gatta da pelare: Totti, e quei 135 minuti su 180 trascorsi in panchina contro i poco irresistibili rivali dello Slovan. Ancor più della cocente delusione frutto di un’eliminazione incomprensibile vista la differenza di roster, è questo sacrilegio calcistico a far scoppiare il bubbone, rendendo Roma una sorta di polveriera.

Su LE si appiccica addosso un bersaglio e lo si fa girare per Trigoria e dintorni manco fosse un “dead man walkin’”, e quel meraviglioso, ma anche maledetto, mondo dell’etere romano si spacca in due: cacciate lo spagnolo, o teniamolo, ha mostrato carattere, da queste due fazioni non si scappa, non ci sono vie di mezzo, e come potrebbero esserci in una Piazza che vive di calcio quasi per osmosi.

Da quel giorno, era fine Agosto, è passata tanta acqua, ma non troppa, ed ancora dubbi amletici si affaccian0 da questa sponda del Tevere, forse immalinconita anche dai fluidi positivi che stanno investendo l’altra sponda del medesimo Tevere, quella odiata come una matrigna cattiva: il possesso palla è stucchevole, si tira in porta quasi fosse un fastidio, la difesa non è protetta, il gioco scorre via a sprazzi, si tende a staccare la spina quando si decidono le sorti del match.

Tutto vero, ma non insindacabilmente come gli haters vorrebbero far credere. Il cuoio gira anche in verticale, cosa che non si vedeva alle prime uscite, le conclusioni non saranno in doppia cifra, ma nemmeno quelle della Spagna lo sono mai – è un fatto di mentalità, si cerca di arrivare al tiro semplice piuttosto che affrettare la classica castagna dai trenta metri – difensivamente si soffre per cercare di creare sofferenza ai rivali – i due terzini sono stabilmente alti, e se questo nelle serate di luna storta crea praterie ai rivali, in quelle di buona li costringe a tenere un atteggiamento defilato e timido.

Elogi e bacchettate fanno parte della vita di ogni bipede che si affaccia a questo meraviglioso mondo, ma che queste siano costruttive e leali, perchè il rischio di cadere nella becera caciara è sempre dietro l’angolo.

Roma ha vissuto gli stentati avvii di Liedholm ed Eriksson, poi tramutatisi in avvincenti cavalcate, quindi per quale motivo sfidare la Storia che è sempre stata ottima maestra ?

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