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Vincere non basta più se vai contro lo spogliatoio. Adesso lo sa anche Ancelotti

Vincere non basta più se vai contro lo spogliatoio. Adesso lo sa anche Ancelotti
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Una volta si diceva che i presidenti volevano fare i tecnici e suggerendo uomini e formazioni da schierare in campo. Oggi il trend sembra essere cambiato: i calciatori vogliono fare i dirigenti; quelli più influenti, quelli che guadagnano tanto, quelli che nello spogliatoio possono alzare la voce. Molte volte sono coloro che decidono le sorti del proprio allenatore.

Una legge-tagliola, non scritta, del calcio, che fa un’altra vittima illustre: Carlo Ancelotti, appena esonerato dal Bayern Monaco, a posteriori della pesante debacle bavarese al Parc de Princes di Parigi. Non una scelta tecnica, ma una sorta di obbligo, da parte della società, di prendere una decisione urgente e dolorosa per riportare serenità in un ambiente logorato e corroso dal rapporto giocatori-Ancelotti ormai ai minimi storici.

Si, perché dal punto di vista dei risultati, a fine Settembre c’è poco da chiedere. Vero che in Bundesliga il Bayern è terzo in classifica, ma a soli tre punti dal Borussia Dortmund capolista ed in Champions League, nonostante il cappotto di Parigi, la qualificazione è ampiamente a portata di mano. Con la SuperCoppa tedesca già vinta da Ancelotti, nonostante un precampionato non all’altezza delle aspettative, si potrebbe dire che la situazione non era positivissima, ma nemmeno così preoccupante. Contro il PSG, contro questo PSG si poteva anche perdere, ad anche nettamente, ma questa sconfitta è stata solo il pretesto giusto per esonerare il tecnico italiano.

In realtà, le motivazioni di questo gesto clamoroso ed inaspettato vanno ricercate e trovate nel rapporto, ormai sfilacciato, tra il tecnico e alcuni degli uomini più rappresentativi della squadra. E quando i “senatori” iniziano a remare contro, sono dolori anche se ti chiami Ancelotti ed hai un Palmares, da calciatore ed allenatore, da far arrossire il più importante dei tuoi giocatori. Ma purtroppo, funziona così. Ed in questo caso la società ha deciso di schierarsi con i giocatori, mettendo alla porta uno degli allenatori più vincenti della storia. A fine Settembre. Non so se sarà una scelta che pagherà, ma sicuramente il Bayern non ci fa una bella figura; se esisteva un problema tra Ancelotti e la squadra già da tempo, la società aveva il dovere di esonerare Ancelotti in estate e ripartire con un nuovo allenatore. Ma una società che si rispetti avrebbe imposto il rispetto dei ruoli ed avrebbe, quantomeno, cercato di intercedere a favore del mister, ma non è stato così. Cambiare ad un mese dall’inizio della stagione ed affidare a Sagnol le redini della squadra, con tutte le responsabilità che il ruolo comporta, non so quanto possa essere una soluzione redditizia. Ma d’altro canto, in questo frangente, è stato molto più semplice sacrificare Ancelotti che tanti pezzi da novanta. Soluzione dolorosa ma che rappresentava il male minore.

Non nascondo però che a me queste situazioni lasciano un po’ sconcertato ed anche leggermente infastidito. Calciatori che vengono pagati tanto, alcuni anche troppo, dovrebbero giocare a calcio cercando di mettere in pratica quello che il mister chiede, nel rispetto dei ruoli. Invece ci si ritrova con calciatori come Ribery, Muller, Robben e chissà chi altri ancora, che girano la faccia al loro mister, e di riflesso, alla società, ai compagni ed ai tifosi, poiché in quei momenti si scende in campo con la consapevolezza di non dare il meglio si se. Inconcepibile in senso assoluto, ed ancora di più a certi livelli.

Irriconoscenza ed ingenerosità, quella che è toccato ad Ancelotti, così come, lo scorso anno, a Ranieri alla guida del Leicester, in un caso ancora più clamoroso. Le aspettative del Bayern, si sa, sono altissime, ed un passaggio a vuoto costituito  da un paio di partite perse basta ed avanza per far scattare l’allarme rosso. A Leicester, giusto un anno prima, festeggiavano la vittoria della Premier League, forse il miracolo calcistico di questo millennio, ed invece anche da quelle parti, qualcuno ha pensato bene di fare la voce grossa pensando di essere diventato un fenomeno. Anche in quel caso, la società ha propeso per l’allontanamento del mister e, come per magia, la squadra, da quasi retrocessa che era, si ritrovò a vincere quasi tutte le partite chiudendo la stagione a metà classifica. Ma parliamo del Leicester, una squadra alla quale viene chiesta una salvezza comoda e poco altro. Ma, evidentemente, da quelle parti hanno fatto già la bocca dolce a mangiare al tavolo delle grandi, ma non è così che lo si diventa, ed infatti il Leicester è tornata ad essere quello che è sempre stata: una squadra modesta da centro-bassa classifica.

Un altro nome grosso che ha pagato con l’esonero l’essersi messo contro qualche giocatore che conta è Rafa Benitez, a cui è stato dato il benservito dopo quattro mesi di militanza sulla panchina del Real Madrid, durante i quali è riuscito a mettersi contro tutto il senato madrileno, accompagnando questo conflitto tecnico-ideologico anche una povertà di risultati ed una scoppola interna nel Clasico contro il Barcelona. Inevitabile, da parte della società, l’allontanamento del tecnico che ha poi completato la sua annata nefasta, retrocedendo in Championship con il Newcastle. Nel frattempo a Madrid veniva sostituito con Zidane, e mai scelta fu più giusta, che in una stagione e mezza ha vinto tutto quello che c’era da vincere tra Spagna ed Europa. Che differenza, eh?

Vogliamo spendere due paroline per André Villas Boas, esonerato dal Chelsea, e soprattutto dai pezzi grossi dello spogliatoio, a cavallo tra l’andata ed il ritorno dell’ottavo di finale di Champions League contro il Napoli. Dopo la gara del San Paolo, gli inglesi, sconfitti 1:3 erano con un piede già fuori dalla Champions, ma l’avvicendamento di Villas Boas con Di Matteo cambiò le sorti della squadra, che quella Champions andò addirittura a vincerla. Quella coppa resterà nella storia del Chelsea, di Di Matteo se ne sono perse le tracce dopo quegli storici sei mesi e, a dirla tutta, si sono perse anche le tracce di Villas Boas, che da quel momento non ha più brillato.

Potrei annoverare l’ammutinamento dei calciatori francesi contro Domenech, durante il Mondiale 2010, dopo l’esclusione dalla rosa di Anelka che lo aveva pesantemente insultato, ed il loro rifiuto di allenarsi fino a quando l’attaccante non fosse stato reintegrato. La Francia venne eliminata al primo turno e Domenech fu esonerato dopo il disastro mondiale. Un atto dovuto a meno di non voler rifondare l’intera nazionale francese, rinnegando i calciatori che si erano messi contro il tecnico; praticamente tutti.

Maradona, all’epoca, chiese ed ottenne l’allontanamento di Bianchi come condizione necessaria per la sua permanenza a Napoli. Ferlaino non se lo fece ripetere due volte, chiudendo il rapporto con il tecnico bergamasco, prendendo al suo posto Bigon, che vinse il secondo Scudetto.

Mi sono limitato a citare qualche esempio più recente e sicuramente ne starò dimenticando molti altri, ma in tutte queste casistiche è evidente come la volontà di un gruppo che si ammutina contro il proprio allenatore sia condizionante per le sorti di una squadra. E non è giusto nei confronti di una società che elargisce lauti stipendi e dei tifosi che vogliono vedere la loro squadra dare il massimo.

Ma, c’è stato anche qualche episodio nella quale una società si è schierata dalla parte del suo allenatore, a scapito di un giocatore, o di un gruppo di giocatori dissidenti. Il più eclatante fu certamente il caso Cuper-Ronaldo, quando il brasiliano mise Moratti spalle al muro, nell’estate susseguente il traumatico 5 Maggio 2002, costringendolo a scegliere tra lui e l’allenatore spagnolo con il quale non andava d’accordo. Moratti scelse il mister e Ronaldo, che non vedeva l’ora di andarsene al Real Madrid, fece le valige. Che fece anche Cuper, qualche mese più tardi. E Moratti perse capre e cavoli.

Tornando, nuovamente, ai lontani anni del Napoli di Maradona, come non dimenticare la lettera scritta da quattro calciatori che, in pratica, sfiduciavano il tecnico chiedendone l’esonero alla società. Per tutta risposta, Ferlaino li cedette tutti quanti alla fine di quella stagione che vide il Napoli, che si avviava a bissare il trionfo in campionato dell’anno prima, cedere rovinosamente nel finale, regalando lo Scudetto al Milan di Sacchi.

Tanti calciatori e tanti allenatori coinvolti in certe vicende che vedremo ancora, e sempre più spesso, in questo sport che diventa sempre più business e che costringe le società a salvaguardare i propri interessi finanziari. In effetti, i calciatori, oggi, non sono altro che mezzi per fare soldi e poi, ma solo poi, per vincere partite, campionati e coppe. Spazio per la riconoscenza ce ne sarà sempre di meno, soprattutto nelle grandi squadre nelle quali l’imperativo categorico sarà sempre quello di vincere. Ma, in certi casi, non basterà più nemmeno quello, se si andrà ad urtare la suscettibilità di chi comanda nello spogliatoio. E da ieri, lo sa anche Ancelotti.

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